Ifuochi accesi dai ragazzi delle banlieues francesi si sono spenti. E sui media italiani, ma anche su quelli francesi è calato il sipario su questa rivolta anomala. Come è iniziata, così è finita, lasciando dietro di sé solo gli incendi delle automobili e di qualche edificio. Esplosione «impolitica» di rabbia metropolitana, hanno scritto alcuni commentatori; jacquerie con una vaga eco mediorientale, cioè islamica, quindi fondamentalista hanno subito precisato attempati nouveaux philosophes. Le banlieues francesi sono un foglio bianco della discussione pubblica su cui si può scrivere di tutto, tanto i suoi abitanti non troveranno nessuno disposto ad ascoltare le loro smentite.
Questa ultima rivolta ha trovato pochi supporter nelle fila dell'intellighenzia critica. Molti hanno fatto spallucce, altri aristocraticamente hanno affermato che in fondo non è successo niente, perché il centro della capitale era tranquillo. C'e chi invece ha dedicato quasi un'attenzione certosina a quanto accadeva nelle periferie d'oltralpe, divorando tutti i libri pubblicati sull'argomento, scrivendo articoli puntuali o intervistando scrittori, musicisti, filosofi al fine di mettere a nudo questo o quel tema emergente da quel «mondo a parte». Ed è con vero piacere che tutto il sapere accumulato da uno di loro si sia trasformato in un libro prontamente edito dalla manifestolibri. Il suo titolo è un lapidario Banlieue (pp. 127, € 14) e l'autore è Guido Caldiron.
Un mondo a parte
Giornalista di Liberazione, Caldiron ha conosciuto molto bene le stanze di questo quotidiano, visto che per lunghi anni ha collaborato con il manifesto, scrivendo sulla destra radicale e, appunto, sulle periferie francesi. Banlieue è un libro a suo modo ambizioso, perché propone una ricostruzione storica delle periferie francesi a partire appunto delle ricorrenti rivolte che le vedono protagoniste e, al tempo stesso, di indagare gli smottamenti sociali che sono alle loro spalle. Punto di partenza è il giorno nero della Francia contemporanea, quando, nel 1961, una manifestazione a Parigi dal Fronte di liberazione nazionale algerino fu repressa nel sangue. Un appuntamento pacifico e silenzioso nelle intenzioni degli organizzatori; una mattanza per le forze dell'ordine. I morti dichiarati ufficialmente furono solo tre, oltre 200 quelli accertati da storici indipendenti e attivisti. Per Caldiron, quella manifestazione è una pagina nera perché la Francia non ha mai fatto i conti fino in fondo con il suo passato coloniale e ha sempre relegato ai margini della vita pubblica i migranti provenienti dalle ex-colonie.
Ancora adesso i giovani francesi nati da «genitori non francesi» sono trattati come alieni da integrare usando la camicia di forza dello spirito repubblicano. In altri termini, questa sorta di messa ai margini e razzismo istituzionali in Francia, ma sempre più spesso anche nel resto d'Europa, verso i «figli di genitori non autoctoni» è legittimato in nome dei diritti civili di cittadinanza. Una contraddizione? No, spiega l'autore: il regime di apartheid che caratterizza la vita in banlieue trova proprio le sue radici nel cosiddetto spirito repubblicano, perché le «origini non francesi» sono uno stigma che può essere attenuato solo a partire dalla sottomissione alla legge di Parigi.
Ma se lo stato francese ha definito con meticolosa precisione le «frontiere della democrazia», nella sviluppo urbano questi confini trovano un riscontro architettonico ben preciso. Da questo punto di vista, Guido Caldiron riesce a costruire una storia sociale delle banlieues avvincente. Nate per dare una casa agli operai, le periferie hanno visto svilupparsi nel tempo una vivace realtà associativa che ha costituito i nodi di una rete sociale che ha reso la vita nelle banlieues l'esemplificazione di una alterità rispetto all'ordine costituito. Le cinture rosse sono le casematte di un partito, quello comunista francese, che si presentava come un «controstato», con le sue istituzioni e norme collettive. Tutto sarà spazzato via negli anni Settanta.
Gli anni Ottanta vedono crescere sentimenti xenofobi, razzisti che fanno le fortune elettorali di Jean-Marie Le Pen e del Front national. Ed è proprio in una banlieu che prende il via una rivolta con giorni di scontri tra giovani e polizia. La Francia scoprirà che la polizia si comporta nelle periferie metropolitane come truppa di occupazione di un paese straniero: per la prima volta il termine bauves, sbavature, compare sui giornali. Troppi i giovani morti per un colpo di pistola partito per caso; troppi i morti nei commissariati per cause imprecisate. Il razzismo della polizia è l'unico punto di contatto tra i giovani banlieuesard e le istituzioni statali.
Razzismo, apartheid, comunitarismo versus spirito repubblicano, disoccupazione di massa, crisi del welfare state. Ogni rivolta è letta attraverso questa griglia analitica. Guido Caldiron, con spirito investigativo, sostiene che ogni interpretazione è a suo modo corretta, ma insufficiente a decifrare le banlieues in quanto affreschi a tinte forti di come è cambiata la società francese. Il razzismo si è fatto istituzione, il welfare state assume i caratteri ferigni del controllo dei comportamenti, la disoccupazione di massa è la norma, l'islam è un prodotto effimero di una identità sociale «altra» che non riesce però a diventare identità politica.
Cultura di strada
Eppure la cultura di strada delle banlieues diventa lo stile dominante nell'industria discografica e della moda. Il rap francese è sempre rabbioso, talvolta politico, frequentemente propone la figura del gangsta, il criminale di piccolo cabotaggio, ma con la rivendicazione orgogliosa della sua marginalità. Il banlieuesard è corteggiato in quanto è veicolo di innovazione, ma va tenuto sotto controllo. Mentre le banlieues, nel frattempo, sono diventate un milieue di arabi, neri, italiani, polacchi, russi. Lo strabismo dei media che vedono solo arabi è proporzionale alla loro superficialità, annota Caldiron. E siamo arrivati a novembre, con le sue notti di fuoco. Rivolta impolitica? Mai domanda fu così fuorviante. Ogni rivolta è politica, anche se non è né insurrezione, né premessa di una rivoluzione. La rivolta distrugge rabbiosamente, senza che i suoi protagonisti si pongano tanto il problema delle sue conseguenze. La sua politicità sta nel sostanziare in un gesto di rottura una condizione sociale di oppressione. E di oppressione nelle banlieues ce ne è a profusione. Basta capirla, con un lavoro empatico di comprensione delle ragioni di chi la vive quotidianamente, come fa in questo libro Guido Caldiron.
Di certo c'è uno scontro su chi controlla il territorio - i giovani banlieuesard o la polizia -; di certo c'è la rivendicazione di essere trattati come esseri umani; di certo c'è la denuncia di una condizione insopportabile che vede gli abitanti delle banliueues come un bacino di forza-lavoro che viene usato come e quando le imprese vogliono. E allora la rabbia esplode, gli incendi divampano per spegnersi quando quella condizione di insopportabilità rientra nella consuetudine. Per poi accorgersi che la rivolta è riuscita a cambiare lo stato di cose molto più di quanto si pensava. Cambiamenti ambigui e ambivalenti. Ma rottura c'è stata, riuscendo a far cambiare di pelle alle banlieues. Fino alla prossima rivolta.
da Il Manifesto del 23 dicembre 2005
di Benedetto Vecchi